In morte del
pittore Luigi Gaudenzi
Una sicura promessa dell’arte pittorica è stata
recisa con la morte di Luigi Gaudenzi nato a Tivoli il 14 giugno 1905 e morto di
peritonite il 14 ottobre 1930 a Castrovalva d’Abruzzo dove
soggiornava per studio e per lavoro. L’indole, l’ambiente, il dolore
facevano di lui una natura mistica. Egli creava figure di santi estasiate,
avvolte nella traslucenza dei loro ideali, leggere indecise imperfette come le
visioni biancastre del sogno o le immagini delle aspirazioni sublimi. Spirito
naturalmente francescano egli sentiva diffuso nelle cose il suo dolore e il suo
amore e lo vedeva nel tormento dei massi e degli olivi baciati dai raggi
languidi del sole che muore, nella tenace gioia dell’edera che sui cupi
tronchi incolori porta impeti di luce e di vita, che sui muri fatiscenti
riafferma la vittoria della natura sull’uomo; lo sentiva nelle sconfinate
tristezze dell’Agro, nella festa delle fonti e delle cascate dove l’acqua
trascende come anima in splendori di flessuose iridescenze, lo sentiva nelle
abitudini, nei costumi, nelle sagre del popolo nostro che conserva celata nel
petto la poesia del tempo cavaliere: nel petto la conserva e la riaccende,
inconscio e incompreso, nel ghiacciame dell’ignoranza beffarda, la riaccende,
se ne compiace e si esalta, perché vi ritrova lo spirito e il cuore dei padri,
la sua anima e la sua vita, la sua gloria e la sua storia. Così egli rendeva
nelle tele ogni incontro del suo spirito con le cose, lo rendeva per intima
necessità, irrefrenabile come un singhiozzo o un sorriso. Ecco i suoi paesaggi
velati di dolce tristezza, dalle tinte calme, senza vivaci contrasti,
ondeggianti sempre fra l’oro e l’azzurro; ecco i suoi ritratti
che egli avvicina sempre inconsciamente a un suo ideale di tranquilla bellezza,
che non è quello dei classici o degli umanisti, a quello ultra umano dei
primitivi: ecco l’estasi di S. Francesco, visione aurea dell’oltrevita,
ecco la sagra dell’Inchinata tutta radiosa di ingenua fede: i cavalli
degli araldi nivei come fantasmi in fuga, le
fiaccole festanti su per la grande chiesa come occhi di bimbi irrequieti per letizia, le
feste dei rioni, i
talami delle Arti, il
bacio del dolore, la benedizione delle acque dove Gaudenzi
intuisce con eccezionale vigoria il significato dell’alta cerimonia.
L’arcata del ponte gregoriano
si sviluppa gigantesca come a dimostrare il
trapasso tra le due civiltà. Nel centro il Cristo, signore dei secoli, il Duca
di Tivoli che ha nella corona il del trono i santi protettori della città.
Dietro, entro la caligine dell’occidente, i delubri pagani dell’arce;
fremono intorno per le campagne gli olivi, l’ acqua scorre in un placido
specchio, e di su un grande drappo purpureo, fra i sette simbolici candelieri,
una fiaccola è gettata nelle onde: due elementi, due civiltà, due monumenti:
“E dovunque tu appaia fuggirà lo spirito del male” suona la formula di
benedizione dei ceri. E il Gaudenzi ha reso con calma vigoria questo che è il
punto culminante di tutta la cerimonia d’agosto: la benedizione dal Cristo
alla città di cui è Duca, al suo elemento peculiare che è l’acqua, ai suoi
campi, alle sue mura, alle sue strade, alle sue torri ed al suo camposanto. Sentì
appieno nella sua anima mistica questo simbolo di vittoria del bene sul male, lo
sentì come lo sente il popolo nel suo ingenuo pensiero profondo e creò una di
quelle “ impressioni” che attestano con alta chiarezza i migliori caratteri
nella personalità di un artista. Ma fu egli purtroppo un caldo chiarore
d’aurora, una personalità che in questi ultimi tempi sembrava indugiare in
ammaliazioni di sensualisti mistici o smarrirsi nello studio di quel verismo che
era l’antitesi del suo carattere angelicale. Era nell’augurio comune che
egli avrebbe superato questo momento, forse giovandosene non per atonie
eclettiche, ma per una più chiara comprensione di se stesso, sarebbe tornato
alla via ond’era uscito, alle forme migliori del suo primo maestro, il
Piccioni, che proprio in questi tempi gli aveva dato un esempio del come colore,
linea e luce possano essere armonie di profondità infinita abbracciando, oltre
i tempi, gli uomini e Dio, con la corona ulivacea del dolore che è la palma dei
martiri, il segno di quell’amore che è il Cristo. Attraverso quest’opera
che è fra le più degne dell’odierna arte sacra (il quadro dei martiri
tiburtini nella chiesa del Gesu) attraverso studi
diligenti dei maggiori neo-mistici, del Seitz, del Previati, del Cremona, del
Segantini, egli avrebbe trovato la via della notorietà, della lode, della
gloria. Ma questo gli ha negato il destino schiudendogli, come suole agli
eletti, la via, la visione e la gioia di quella Bellezza che è il medesimo
Iddio.Con le seguenti parole ricordava il Gaudenzi, al
circolo Tibur, inaugurandone una mostra postuma, il socio prof. Gino Tani: Ho
conosciuto Gaudenzi durante le
prove della “Reginella Esiliata” la deliziosa fiaba in musica del Maestro
Guglielmi. Egli allora dipingeva gli scenari con Santini e de Angelis: tra
l’una e l’altra pennellata veniva a visitarci nella sala delle prove e nelle
soste, improvvisò con la sua disinvolta bravura, i ritratti del Maestro e della
piccola impareggiabile protagonista Rosanna Giancola. Da allora l’ho
conosciuto ed amato. L’ho amato subito e non tanto per quella sua sconosciuta
abilità di ritrattista, quanto e ben più per la sua fresca ingenua quasi
primordiale sincerità di carattere. Un uomo senza maschera in pieno 900! Un
cuore giovine, ebro di ricevere la parola buona, ma più ancora di donarla, in
umiltà d’amore! Un vero artista. Un artista-nato, anima di primitivo,
sembianze di Francescano, un Paolo Uccello redivivo, fors’anche più mistico e
più medioevale: ecco di che colpire con tutta la forza della originalità e
della bellezza un disilluso della vita e dell’arte moderna. Della vita e
dell’arte, badiamo! Ed insisto in particolare sullo stesso binomio che intende
sempre ed ugualmente a una sola creazione: la pura bellezza dell’anima, ad
ogni costo, nelle opere dell’intelletto, e in quelle, le più quotidiane,
della volontà nell’azione. E’ per questo incrollabile credo artistico ed
etico, ch’io ebbi subito caro, e per sempre, Gaudenzi. Che importava, ripeto,
che egli non fosse quel che si dice “un nome?” Nella sua umiltà, nella sua
innata modestia, sin nelle cose in cui maggiormente eccelleva, egli era pur
sempre un puro della vita e dell’arte. A vederlo operare e dipingere, a
contemplarlo vivere, insomma, in ogni attimo del suo scabro e talor livido
quotidiano, mi venivano spesso alla mente le sublimi parole di Timmermans
:”Oh, certo una gran bella cosa è far poesie, ma il colmo della bellezza è:
esser poesia!”. Io vedevo in Luigino quel colmo, e ne serbo tutt’ora
scolpita l’immagine, quale una incarnazione ideale e reale della divina
Poesia. E’ per questo che io non vi parlerò, come ho promesso, dell’arte di
Gaudenzi così, semplicemente, avulsa dalla sua vita, ma vi dirò di quel
capolavoro, unico su tutti, ch’egli foggiò con essa e, più, con la sua vita.
Poesia dunque. Ma ricordate il poeta Baudelaire? “Quando per un decreto delle
supreme potenze il Poeta appare in questo mondo annoiato, sua madre, piena do
spavento e di ingiurie, leva il pugno verso Dio, maledicendo l’istante in cui
ella ha potuto concepire questa suprema derisione: un Poeta!”. Da allora la
vita di lui è decisa: essa sarà noia, irrisione, paura, indigenza. Ma che
importa? L’enfant
déshérité s’enivre du soleil: il joue avev le ventt, cause avec le nuage,
et s’enivre en chantant du chemin de la croix. Chemin de la croix ! Si davvero, un Golgota fu la vita di Gaudenzi !
Ma io non starò a ridirla, perché molti di voi la conoscono e più ancora
perché il dolore è sacro e vuol essere intuito, non mai raccontato. Ma chi
dice che son finiti i bohèmiens? Son passati certo i Murger, i Richter, i
Puccini, non certo la immortale Bohème. Ma se una volta era almeno concepibile
una Bohème chiassosa e buon-tempona, parigina per intenderci, oggi, dopo la
guerra e in piena battaglia economica mondiale, non può esistere che una livida
Bohème, quella del vero freddo, segnata dal marchio della vera fame. Dolorosa
Bohème! Costretto a vivere per casi famigliari pietosissimi, che val meglio
ignorare, nell’angolo più recondito di una casa abbandonata, solo col pezzo
di pane faticato, solo tra i suoi disegni e i suoi lavori quasi sempre di
restauro e di chiesa, solo, a notte, tra una porta sgangherata e due finestre
alte talora senza vetri sull’inverno tiburtino: eccolo il povero Gaudenzi di
questi due ultimi anni, eccolo il triste bohèmien di casa Sabbi.
Lavorava assai, allora: aveva da poco finito il S. Francesco e aveva cominciato
quella sua serie di piccoli ma eccellenti ritratti di donne
e specialmente di bimbi, che forma il meglio della sua nuova arte. Prima, presso il Piccioni,
aveva praticato discretamente il paesaggio e il miglior frutto di quegli studi
fu il quadro che gli dette una certa rinomanza, un quadro di natura tiburtina
che ottenne il secondo premio all’Accademia di S. Luca riuscendo a superare un
lotto non indifferente di giovani e non più giovani artisti. In seguito, dopo
qualche mese (beato mese certo!) allievo interno all’Accademia, ove fece
qualche studio d’anatomia e di tecnica pittorica, venne da Roma a Tivoli. Qui
cominciò a campar la vita, e veramente frusto a frusto, lavorando un po’ di
tutto, perfino il bulino e la creta, generalmente dedito ai ritocchi di quadri e
di statue in disfacelo, qua e là qualche chiesa. L’arte sacra gli piaceva.
D’animo religiosissimo, schiettamente, e direi primitivamente cristiano,
adorava le sognanti Madonne tutte chiuse nella malinconia del
paesaggio sul Bimbo divino: e molte ne ritrasse sulle sue brevi tele, e tutte
portano sui volti e negli atti meditativi e stanchi, il segno unico della sua
arte e dell’anima sua: malinconia. Né soltanto le Madonne, ma tutte le effigi
femminili da lui create presentano quel segno unico: sin nei nudi, adolescenti o
pieni di tutte le grazie e gli splendori dell’età matura (come nel gran
quadro per l’avv. Caffarel) sin negli abbozzi, nei disegni per
l’una o l’altra delle committenti, una è la nota che domina sempre:
malinconia. Sicchè possiamo a buon diritto definirlo un elegiaco della bellezza
muliebre, non differente anche in questo, dalla fondamentale attività del suo
spirito, per fuso di lene tristezza. Tale del resto fu in ogni sua opera,
caratterizzata sempre da una semplicità ideale e tecnica pregevolissima, specie
nei nostri tempi di singolari complicatezze artistiche e spirituali: semplicità
che gli derivava dalla ingenua visione amorosa del mondo, da lui sentito, come
già dissi, con anima di primitivo, dalla sua cultura sommaria, fatta su pochi
libri e illuminata dalla quotidiana lettura dei Vangeli che io ricordo ancora
sul suo tavolo, ingombro di scatole di vernici e di pennelli, sopra fogli di
abbozzi di ogni genere, ma più ancora della esperienza quotidiana degli uomini:
mirabile costruzione di uno spirito che ebbe sempre e soprattutto innanzi ad
ogni norma di vivere civile, la bontà, l’onestà, la schiettezza adamantina
di un cuore senza rughe. Bontà esagerata direi, se possibile: e congiunta a una modestia etica ed artistica incredibile, al
secolo ventesimo. Valga un esempio, su tutti: nella sua unica esposizione qui a
Tivoli potè vendere qualche opera, l’altro anno. Una ricchissima gentildonna
di Tivoli acquistò un quadruccio discreto ma non dei più belli, ritraente un
angolo tra i più suggestivi di Villa
d’Este. Dalla distinta signora che con cuore di madre gli era per offrire un
migliaio di lire, non volle accettare che 70 lire! All’incirca tante, quante
ne aveva spese per la tela, i colori, la cornice. Incredibile, ma niente altro
che scrupolosa verità. Naturale dopo tanto che gli sia sempre mancato il puro
necessario per cominciare un grande quadro da esposizione o da figurare
degnamente in qualsiasi vendita: quando si pensi che per le sue figure egli non
poteva disporre di più di due palmi di tela e che dei pastelli indispensabili
al suo mestiere non aveva che i sei o sette fondamentali e talora in pessime
condizioni e quando si aggiunga a tutto ciò che non di rado egli lavorava sotto
l’assillo della più completa indigenza, non si avrà ancora che una pallida
idea di quel che è stato il “miracolo” Gaudenzi! Eppure, ad onta di tutto
ciò, ed anzi proprio ad onta di tutto ciò, io non l’ho mai visto, non che
irritato, minimamente alterato o crucciato per il suo destino. Povero ma grande
nella sua povertà non dimetteva giammai l’abituale cordiale sorriso infuso di
dolcezza e di malinconia. Che gli importava del mondo e delle sue tristezze?
Egli prendeva il bastone, i suoi vecchi pastelli, il suo pezzo di pane e fuggiva
dal suo buco, nelle ore antelucane, su pei colli della sua Tivoli adorata,
misticamente estatico in seno alla natura, a svegliar l’alba e a salutar gli
uccelli. Questa, veracemente, fu la vita di Luigino Gaudenzi, quale io l’ho
conosciuto nei lunghi pomeriggi passati nel suo studio e quale egli me la
presentava quotidianamente, nella sua indimenticabile consuetudine amicale
ch’io ebbi con lui e che mi suggerisce oggi il pensiero di non aver mai avuto
persona vicino alla mia vita più della sua cara, sincera, devota. Questa la
vita ch’io ponevo in principio segnacolo di poesia, superiore ad ogni opera
d’arte, ogni manifestazione, sia pure la più grande, di non comune ingegno.
Questa la vita labile di un uomo che a poco a poco si trasfigura in bellezza
eterna e ci accompagna più fulgida degli astri ammonitrice santa, fino alla
morte. E potessimo noi compiere questo nostro duro cammino, serenamente, sino al
fatale punto, siccome Luigino Gaudenzi! Potessimo come lui prepararci al gran
viaggio, nel nostro quotidiano morire! E ci colga, la morte, col sorriso sulle
labbra, con quel sorriso, dico, che tutta la vita illumina, tutto il passato, e
suggella oltre la vita stessa e sino oltre la morte, questa meravigliosa tragica
favola che ci sortì il Destino. Non forse a questo tende la vita nostra:
morire, ma col sorriso dei giusti sulle labbra? Non è questo il saluto più
degno della vita e della vita alla morte? Questo ci ha insegnato Luigino
Gaudenzi apparendo e sparendo tra noi, ed è opera questa che non si colora dei
sette toni, ma dell’unica nota essenziale ch’ha luogo nel cuore dell’uomo
e sconfina nel cuore del mondo: la divina bontà. Caro Luigino! Come io lo
rivedo pur sempre! Pallido, stanco, quasi esangue nelle sue povere membra di
provato da Dio! E certo fu per quelle sue precarie condizioni di vita cui ho
alluso, oltre che alla innata debolezza del fisico, che dovette il primo crollo
della sua salute. Fu più di un anno fa’ che entrando una mattina nel suo
studio, lo trovai rincantucciato in una specie di letto, più pallido e smunto
del solito.”Mi sono sentito male, stanotte: già qualche altra volta m’era
accaduto di restare senza fiato, ma stavolta ho creduto proprio di morire. Ho
avuto paura… ero solo, solo..” Povero ragazzo! Quella era stata forse la
diana della morte. Stette in letto per qualche settimana con una secca pleurite,
che certamente come accade in simili malanni, lo rovinò tutto, ne infirmò
gravemente la costituzione già cagionevole. Pure guarì. Ma poi che razza di
convalescenza dovette egli fare! Rientrò nel suo buco e ricominciò i suoi
pasti a base di pane, erbe ed aringhe: s’era d’inverno, e girava sino a
notte tarda, sempre più pallido e stanco, come trasognato. In seguito per
l’interessamento e la calda ospitalità dei signori Maviglia, potè vivere
qualche tempo a Milano e lavorar bene. Cominciava finalmente a rompere il freddo
cerchio che avvinghia gli sconosciuti in arte: aveva del lavoro ben rimunerato e
si vedeva infine con soddisfazione ammirato ed amato nella grande metropoli
lombarda. Così fosse rimasto colà! Egli sarebbe forse oggi un nome, un artista
di grido, un dì coloro che sono ammessi alle varie biennali e quadriennali dai
corifei dell’arte novecentista ed
eccitano le sagaci penne dei critici di giornale! Ma no. Siccome il pellegrino
che in plaghe remote ed ignote sente d’un tratto la voce del Dio che lo
chiama, la nostalgia del dolce nido in cui alla luce venne, e torna, e rivede la
sua terra, e muore con la serenità nell’anima, così il nostro Luigino tornò
d’un tratto dalle brume del nord, stette alcun tempo qui, come a un richiamo
del cuore, e scomparve. E dove lo portò l’istinto suo di pellegrino
dell’arte e del mondo? In alto, in alto, presso alla sua patria celeste, in un
nido d’aquile e di colombe, d’uomini primitivi dalle forti braccia e
dall’ingenuo cuore, adamantine fedi: a Castrovalva
d’Abruzzo, di quell’Abruzzo dalle “stirpi guerriere e pastorali
– ancora – che nel cominciamento furono”, quell’Abruzzo che serba
tuttora per le sue rupestri solitudini uomini che furon ospiti gentili ed
integri al pellegrino, e donne ch’aprirono un cuor di madre al vagabondo
imberbe. Lassù visse i suoi ultimi giorni profumati di timo e di innaturali
essenze, le essenze, dico, di anime sincere e pure, e lassù fermò le sue
ultime luci in poche tele, colui che su tutto e su tutti ebbe care nella vita e
nell’arte le piccole ingenue cose, le creature che non sanno ancora, i rosei
volti che attribuiamo agli angeli, i bimbi che hanno il cuore per la mamma e la
mente tutta, oh tutta per Gesù.
Gino Tani |