n° 43 anno 1929 pag. 1509-1510-1511

LUIGINO  PITTORE

A piè dei colli verdi di ulivi e sonanti d’acque, ove riposa Tivoli – che s’ebbe da Orazio l’appellativo di “supina”, ma che ostenta sul turrito blasone medioevale il più fiero attributo di “superba” – si stendono placidi vigneti tutti irrigati  dai rivoli ultimi che il cardinale Ippolito incanalò per la sua villa d’Este e giungono sino al Ponte Lucano, ov’è la tomba di famiglia di quel Plauzio Laterano, che ha legato il proprio nome alla romana basilica di S. Giovanni….. In uno di quei vigneti si affatica dall’alba al tramonto, taciturno e tenace, un colono, certo Gaudenzi cui d’intorno fiorisce florida la famiglia. Anche i ragazzi son già dediti al lavoro del campiello. Ma la terra è poca; la vita grama. Quando sul mezzogiorno , si divide il pane, il più grande de’ figli si allontana un poco dal gruppo, come per mangiare in disparte. Ma presto trae da una sacca una matita e poca carta, e si pone a ritrarre gli alberi. Gli animali, i fratelli…. Spesso, quando il padre lo chiama riprendere l’opera agreste egli non ha ancora toccato il suo pane…. E i fratelli lo chiamano burlescamente “Luigino pittore”. Sembra un vecchio racconto. E forse i lettori han già ripensato alla storia di Giotto fanciullo, così come è raccontata da Giorgio Vasari. Ricordate? “Il padre Bondone gli diede in guardia alcune pecore, le quali egli andando pel podere, quando in un luogo e quando in un altro, pasturando, spinto dall’inclinazione e dalla natura all’arte del disegno, per le lastre ed in terra o in su l’arena del continuo disegnava alcuna cosa di naturale, ovvero che gli venisse in fantasia. Onde, andando un giorno Cimabue per le sue bisogne da Fiorenza a Vespignano, trovò Giotto che, mentre le sue pecore pascevano, sopra una lastra sana e pulita, con un sasso un poco appuntato, ritraeva una pecora al naturale, senza avere imparato modo nessuno di ciò fare da altri che dalla sua natura: perché fermatosi Cimabue tutto meraviglioso, lo domandò se voleva andar a star seco…” La storia di Giotto la sanno tutti. Ma nessuno conosce la storia di Luigino da Tivoli. Anche il figliolo del colono Gaudenzi ritrae al naturale “ senza avere imparato da nessuno di ciò fare da altri che dalla sua natura “. Ma per Luigino, nessun Cimabue è passato ancora. Luigino non è un pastorello primitivo; ha fatto qualche classe elementare; poi ubbidiente, ha seguito il padre in campagna. Ma studia sempre. Un giorno, facendosi coraggio, è andato a bussare ad un vecchio “romitorio” su la strada che da Tivoli conduce a San Gregorio da Sassola e a Casape. Nel “romitorio” viveva in operosa solitudine un geniale pittore romano, a cui Luigino arrossendo e balbettando, chiese qualche lezione iniziale. Così il contadinello tiburtino finì, a stretto rigore, di essere un autodidatta. Con i primi elementi appresi dalla condiscendente generosità del pittore Gino Piccioni, Luigino affrontò il colore, si presentò a un concorso. Il concorso è quello recentemente indetto dall’Accademia di San Luca, per una quadro di metri 1,15 per 0,90 dal soggetto “Mattino d’Estate”. Quale argomento migliore per il piccolo Luigino che, andando al lavoro dei campi, ne ha visti tanti di mattini rosei e sfumati? Ma la commissione giudicatrice non s’è pronunziata ancora: e Luigino vive trepidando. Per ingannare l’attesa, ha cominciato una tela ancora più grande: un San Francesco per la chiesa omonima di Tivoli. Forse Luigino Gaudenzi ha, per ora, più iniziative che studio; più slancio che corpo. Ma non chiederebbe di meglio che applicarsi a lungo, silenziosamente, con la tenacia ereditata dai suoi, se ciò gli fosse consentito dalle troppe misere condizioni di famiglia. Non c’è dunque più, al mondo, un soccorrevole Cimabue, un maestro illuminato e ospitale che voglia accogliere il piccolo discepolo? Non c’è più un Mecenate munifico e intelligente che voglia sopperire alle poche spese di questo volenteroso ragazzo sino al giorno della conquista di una borsa di studio, che gli spalanchi l’orizzonte del limitato campiello paterno verso l’arte e chi sa? Verso la gloria? E un raggio della gloria di Luigino da Tivoli potrà illuminare, un giorno, il maestro o il patrono: si può entrare nella gloria anche così.

                                                                                                         Gustavo Brigante Colonna

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